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Bud&TerenceSequels & Saghe

PIEDONE D’EGITTO

Piedone d'Egitto

E siamo giunti all’ultimo appuntamento con la saga del Commissario Rizzo, in arte Piedone. Il capitolo finale uscì nelle sale cinematografiche il 1° marzo del 1980, quarant’anni fa ormai. In quell’occasione Bud Spencer disse addio ad uno dei suoi personaggi più iconici. Con lui il sempre presente Enzo Cannavale e il bambino Bodo. Un quarto capitolo che sembra, nelle intenzioni, aggiustare ciò che era stato realizzato nel 1978; riuscendo nuovamente a miscelare impeccabilmente la doppia natura cinematografica: quella poliziesca e della commedia.

Diretto sempre da Steno e scritto da Massimo Franciosa, Adriano Bolzoni, anche come soggettista, e dallo stesso regista il film riesce ad allinearsi all’episodio del 1973 e raggiungere il livello dell’episodio del 1975. ‘Piedone D’Egitto’ rimane comunque un prodotto per famiglia, con una sceneggiatura più solida della precedente e meno ‘ingenua’. Le risse, elemento imprescindibile del cinema di Bud Spencer, sono finalmente adattate alla trama; tranne quella finale che è più improntata sulla leggerezza.

Anche in questo episodio bisogna ricordare la presenza di attori internazionali, come Robert Loggia e Karl-Otto Alberty. C’è persino il ritorno di Angelo Infanti in un altro ruolo e, come per Enzo Cannavale, nel cast si annovera l’attrice Ester Carloni, sempre presente in tutti e quattro gli episodi: Ester Carloni.

Cos’altro si potrebbe dire. Forse più nulla. In queste quattro settimane si è già detto molto, senza troppi trionfalismi e senza troppe bocciature. Il personaggio di ‘Piedone’ è uno di quelli che ti rimangono dentro. Schivo, introverso ma sempre dalla parte giusta: quella dei buoni e degli innocenti. Un po’ americano, nello stile, molto napoletano nel cuore, ma molto molto internazionale. Grazie alle sue indagini ci ha fatto conoscere posti in cui all’epoca i social erano solo un sogno.

Di certo una piccola classifica si deve pur stilare, non proprio ufficiale ma tanto per esporre idee che tranquillamente possono essere commentate nell’apposito spazio. Al primo posto è normale che ci sia ‘Piedone lo sbirro’; al secondo posto a sorpresa e aex-equo sia ‘Piedone a Hong Kong’ che ‘D’egitto’; al terzo posto, non inteso come podio questa volta, ‘Piedone l’africano’. Di sicuro questa saga non avrebbe avuto il valore che ha assunto nel tempo grazie all’esperienza di Steno e le musiche dei fratelli De Angelis.

Infine e curiosamente ‘Piedone’ non è solo un personaggio amato dai fans di Bud Spencer, ma lo era anche dallo stesso attore in persona. La prova è da ricercare non in questo film del 1980 ma in ‘Piedone l’africano’: quando gli chiedono ‘se lei è italiano?’ e lui risponde ‘No, napoletano’. Quasi sicuramente in quella risposta c’è tutto il pensiero non del Commissario Rizzo, ma di Carlo Pedersoli il quale lo ritroveremo la settimana prossima con un altro appuntamento e insieme al suo ‘partner’ di risse più famoso del mondo: Terence Hill.

Il film? Beh lo scoprirete la settimana prossima. E sempre dalla settimana prossima le due rubriche: ‘Bud&Terence’ e ‘Saghe&Sequels’ si divideranno. Anche in questo caso la prossima saga è un mistero.

News

TENET: Un altro inevitabile rinvio

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Inizialmente la data prevista era proprio lo scorso 17 luglio 2020. Causa pandemia, logicamente, l’uscita è stata posticipata il mese di agosto, il 12 agosto 2020 negli Stati Uniti e 26 agosto in Italia. Purtroppo, però l’aumento dei piccoli focolai nel nostro paese, e la situazione negli Usa ancora fuori controllo, ha provocato l’ennesimo rinvio, da parte dei distributori per ‘Tenet’. L’annuncio è arrivato direttamente, ieri sera, dallo stesso sceneggiatore, regista, produttore e indiscusso maestro del cinema contemporaneo: Christopher Nolan. Nonostante ciò la Warner Bros ha comunque placato gli animi asserendo che a breve verrà comunicata una nuova data.

Sulla nuova opera cinematografica tanto attesa dell’anno c’è, da tempo, un enorme alone di mistero. Un mistero alimentato Nolan. Si è vociferato, addirittura, che per mantenere il più stretto riserbo sulla trama, lo stesso regista, abbia fatto leggere solo le scene da recitare agli attori. Si potrebbe dire che mai un set cinematografico è risultato così blindato. Vorremmo tanto che quest’ennesimo pesante posticipo a data da destinarsi rappresentasse solamente una mera trovata pubblicitaria, ma non è così purtroppo.

Nel cast ci sono John David Washington, Robert Pattinson, Micheal Caine, Kenneth Branagh ed Aaron Taylor Johnson. Il genere oscilla tra l’action, la fantascienza ed il thriller. Eppure, alla base di tutto, ci sarebbe lo ‘spionaggio’ in base alle dichiarazioni del regista britannico. La durata, sempre in base a quanto è emerso fino adesso, sarebbe di 151 minuti; mentre la trama, ufficializzata in maniera scarna, parla di un agente di un’organizzazione governativa impegnato ad evitare la terza guerra mondiale.

Per il momento si sa solo questo, che non è poco, e non si vede l’ora di recarsi al più presto nelle sale cinematografiche per scoprire cosa in realtà ha potuto ideare, in questa occasione, il regista della trilogia de ‘Il Cavaliere oscuro’. con l’ulteriore speranza che la prossima data sia quella definitiva. Ovviamente, però, covid 19 permettendo. Frattanto le ultime notizie riportano che il film potrebbe essere oggetto di forte taglio al montaggio. Tranquilli, questo vale sono per il mercato cinese.

Storie Vere

Paolo Borsellino

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Fino adesso con la rubrica ‘Storie Vere’ abbiamo analizzato diverse opere visive, per la maggiora parte cinematografiche ed una sola serie televisiva. Ma una miniserie in due puntate che avesse la capacità di raccontare, miscelando linguaggio sia del grande che del piccolo schermo, una delle vicende più amare del nostro Paese il blog, nel suo piccolo, non l’aveva mai ancora affrontata.

Fino a qualche settimana fa regnava la più totale indecisione se trattare proprio questa versione oppure considerarne altre, forse più accurate su alcuni aspetti, ma meno convincenti dal punto di vista delle emozioni che ha lasciato allo spettatore. Merito, anche e soprattutto, ad una colonna sonora capace di accompagnare i momenti più tristi e di lasciarti un’amarezza nell’animo.

L’opera televisiva venne mandata in onda tra l’8 ed il 9 novembre del 2004 ed è dedicata alla figura del Giudice Istruttore antimafia Paolo Borsellino, assassinato da ‘cosa nostra’ il 19 luglio del 1992, ed interpretato in maniera impeccabile da Giorgio Tirabassi. Con lui anche i giovanissimi Elio Germano e Giulia Michelini, nella parte dei figli Manfredi e Lucia. Il cast è completato da Ennio Fantastichini, Giovanni Falcone; Ninni Bruschetta, Ninni Cassarà; Andrea Tidona, Rocco Chinnici; Pietro Biondi, Antonino Caponnetto; Daniela Giordano, Agnese Borsellino; Claudio Gioè, Antonio Ingroia; Nino D’Agata, Agostino Catalano; Santo Bellina, Giuseppe Montana; Luigi Maria Burruano nel ruolo di Tommaso Buscetta e Veronica D’agostino nel ruolo della figlia Fiammetta Borsellino.

Diretto da Gianluca Maria Tavarelli e prodotto dalla Taodue, questo film per la televisione ricostruisce, romanzando qualche punto, la vita professionale del Giudice Borsellino dal 3 maggio del 1980, giorno in cui venne ucciso il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile, fino al tragico epilogo del 1992. La sceneggiatura, scritta a sei mani da Giancarlo De Cataldo, Leonardo Fasoli, Mimmo Rafele e con un soggetto realizzato da Pietro Valsecchi, pone maggiormente l’accento sul lato umano, ovvero quello privato, ricostruendo sì alcuni fatti relativi alle indagini, senza però approfondire le dinamiche.

In realtà è come se lo scopo fosse stato, fin dalla fase embrionale del progetto, un altro: ovvero quello di ricordare ed omaggiare senza innescare polemiche, anche aspre, su ciò che accadde in quegli anni e in via Mariano D’Amelio; omaggiare, dunque, la figura di un uomo, di un italiano che si era battuto contro un nemico che per “venti lunghi anni” era stato dichiarato inesistente.

Le performance degli attori sono molto convincenti ed alcune in particolar modo sono addirittura da Oscar; quella già citata di Tirabassi e quella di Giulia Michelini, la quale aveva esordito l’anno precedente nella serie punta di Canale 5 ‘Distretto di Polizia’.

È doveroso, comunque, annotare alcune imprecisazioni storiche: per esempio sono stati invertiti gli aspetti fisici dei due commissari Cassarà e Montana; l’agente di scorta Emanuela Loi nella realtà era castana e non aveva i capelli neri; quando fu ucciso il Commissario Montana non avvenne di giorno ma di notte ed era solo; il figlio di Paolo Borsellino nel 1980 aveva solo nove anni, invece viene rappresentato come un adulto e la figura del Giudice Istruttore Giuseppe Ayala non viene nemmeno menzionata in questa versione televisiva.

Licenze poetiche che non hanno il alcun caso rovinato il lavoro svolto o comunque l’idea di base. ‘Paolo Borsellino’, nella sua essenza, ci sembra non solo un omaggio all’uomo in quanto tale ed alla sua famiglia che ha dovuto convivere con una situazione che avrebbe fatto fuggire chiunque; ma molto probabilmente rappresenta un omaggio generale verso tutti quegli uomini che diedero la vita in modo eroico.

Non bisogna dimenticare, come specificato fin dall’inizio, anche le musiche. Ulteriore punto di forza della miniserie. Composta dal maestro Paolo Buonvino, la melodia al pianoforte, è di fatto la miglior colonna sonora mai realizzata su opere visive dedicate a questa storia.

Una fiction che semmai fosse stata realizzata per il cinema non avrebbe fallito l’obiettivo, anzi, avrebbe dato esaltato ancor di più la storia in sé e la figura eroica di Paolo e degli altri magistrati ricordati. E forse Paolo Buonvino avrebbe fatto incetta di premi per la colonna sonora.

Storie Vere

Good Morning, Viet-Nam

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Saigon, Vietnam del sud. Anno 1965. A tenere alto il morale delle truppe americane durante il conflitto, uno speaker radiofonico statunitense arriva direttamente dall’Isola di Creta. Lo speaker radiofonico non ci metterà molto ha mettersi nei guai con i suoi superiori. Questa dovrebbe essere, rigo meno o rigo più, il sunto della trama di un film che, badate bene, sembra totalmente inventata e studiata a tavolino ma, in realtà, è una delle tante ‘storie vere’ che si sono affacciate sul grande schermo nel corso di questi decenni.

Il reale protagonista di questa vicenda si chiamava Adrian Cronauer, aviere Adrian Cronauer, e nell’esordire ogni mattina con il suo programma era solito usare un’espressione alquanto bizzarra e che, in pochissimo tempo, divenne il suo marchio di fabbrica. Un’espressione che, ventidue anni più tardi, fu presa in prestito per dare titolo all’opera cinematografica dedicata a quella vicenda di cui era l’unico ed assoluto protagonista: Good Morning, Viet-Nam!

Uscito il 23 dicembre del 1987 negli Stati Uniti, diretto da Barry Levinson e scritto sia come soggetto che come sceneggiatura da Mitch Markovitz, l’idea di portare sul grande schermo la vicenda fu proprio dallo stesso Cronauer. All’inizio l’ex-aviere dell’aviazione degli Stati Uniti pensò di far conoscere la sua esperienza attraverso una situation comedy. Ma a quei tempi visto che la guerra del Viet-Nam era una ferita ancora aperta non fu possibile portare avanti il progetto.

Quando Markovitz realizzò la sceneggiatura il problema fu quello di trovare un attore capace d’interpretare questo particolare personaggio. Lo stesso script non presentava, in alcuni punti, battute scritte in maniera precisa; quindi voleva dire che chiunque avesse ottenuto il ruolo doveva, per forza di cose, improvvisare. E chi meglio dell’istrionico Robin Williams poteva farlo? Nessuno, a parte lo stesso attore di Chicago che alla sua prima vera occasione fece centro, entrando di diritto nell’olimpo dei grandi di Hollywood.

Le sue doti naturali d’improvvisatore erano talmente evidenti che sia il regista, sia lo sceneggiatore e sia lo stesso Cronauer gli lasciarono completamente carta bianca. Morale della favola: l’ex-interprete della serie cult anni ’70 e ’80, ‘Mork & Mindy’, sfiorò l’Oscar come miglior attore protagonista nel 1988, ma ottenendo il Golden Globe sempre nello stesso anno e sempre come miglior attore in un film commedia o musicale. Soffermandosi, però, su questo punto, e andando a ‘spulciare’ qualche sito di internet interamente dedicato al cinema, si scopre che i generi indicati del film sono: il drammatico, quello biografico e di ‘guerra’.

Nonostante il genere ‘commedia’ è ben presente all’interno del film non viene ugualmente indicato. Forse sarebbe più giusto indicare l’ironia e non la commedia. Ma l’ironia in sé, nella storia della settima arte, non ha mai rappresentato e non ha mai dato vita ad un genere a sé stante.

Il film funziona per diversi motivi e non solo grazie a quel fuoriclasse di Williams. Funziona anche grazie ad una sceneggiatura che sa unire diversi momenti: da quello spensierato a quello prettamente comico, dal drammatico al meramente riflessivo in maniera semplice e senza forzature. Uno sviluppo lineare, supportato anche e soprattutto da ottimi attori che ruotano intorno al personaggio principale: un giovanissimo Forest Whitaker, Bruno Kirby, J. T. Walsh, Robert Wuhl e Noble Willingham.

Ulteriore punto di forza, e non si può fare a meno di citarlo, è la musica presente nel film; per una colonna sonora evocativa non solo di un’annata americana ma di quell’epoca indimenticabile. Una colonna sonora non solamente è composta da varie hit di successo, ma anche dalle musiche composte da Alex Noth.

Si può sostenere che ‘Good Morning, Viet-Nam’ è sia un film drammatico, sia un film bellico, sia un film drammatico e indirettamente una commedia ed un film musicale, con un’ironia molto, ma molto pungente. Williams non salva nessuno di quel periodo: l’allora Presidente Johnson e sia il suo successore, Richard Nixon, Ho chi Mihn, il linguaggio swap. Lascia completamente il segno per un’operazione simile a quella che fece, molti anni addietro, Charlie Chaplin con ‘Il Grande Dittatore’ del 1940.

Il film mette in chiaro di come all’epoca anche chi stava nell’esercito, quindi non proprio contrario al conflitto, era comunque in disaccordo con l’utilizzo di alcuni metodi di fare. ‘Good Morning, Viet-Nam’, nelle quasi due ore di visione, ha il merito di far ridere, di far trascorrere il tempo a chiunque avesse voglia di vederlo e di far, allo stesso tempo, riflettere e commuovere facendoci scoprire, come principale scopo, questa incredibile storia vera di Adrian Cronauer e con la speranza, sbandierata alla fine del film, che tutti alla fine sarebbero potuti tornare a casa. Cosa che purtroppo non si avverò per molti.

Il vero Adrian Cronauer tornò a casa molto tempo che la guerra finisse. Divenne giornalista e addirittura avvocato e morì giusto due anni fa: il 18 luglio del 2018.

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PIEDONE L’AFRICANO

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Il 22 marzo del 1978 usciva nella sale cinematografiche italiane il terzo capitolo della saga del Commissario Rizzo, detto Piedone. Una terza indagine che lo porterà nuovamente fuori dai confini della città di Napoli, per smascherare un traffico di droga proveniente dal continente africano. A Johannesburg, per l’esattezza. Il titolo era ‘Piedone l’Africano’.

Un terzo episodio, rispetto al precedente, improntato maggiormente sulla commedia, sulle gags quasi tutte lasciate al grande Enzo Cannavale, ma con un elemento in più: quello del genere avventura. Già la scorsa settimana avevamo già trovato questo elemento che si faceva spazio tra i già citati e collaudati ‘poliziesco’ e ‘commedia’ fungendo da ‘terzo’ genere non dichiaratamente specificato.

È normale affermare che più si va avanti e più le idee rischiano di essere sterili o comunque di venir rimodellate attraverso ulteriori schemi, fermo restando che il connubio tra il poliziesco e la commedia, nei precedenti capitoli, è stato perfetto.

Diretto sempre da Steno, la sceneggiatura, questa volta poco convincente, non è stata più sviluppata da Lucio De Caro ma Ferruccio Verrucci, nonché soggettista, insieme a Giovanni Simonelli, Adriano Bolzoni e Rainer Brandt. Come per la seconda puntata, anche se non era stato precisato in precedenza, il terzo episodio rappresenta uno spot turistico non solo per il Sudafrica, ma per tutto il continente africano.

La presenza dell’allora piccolo protagonista Baldwin Dalkile, nel ruolo del pestifero ma simpaticissimo Bodo, tende a confermare la mossa vincente del secondo capitolo con la presenza, nel cast, del piccolo protagonista giapponese. Risultato? Un film più adatto alla famiglia, senza ridicolizzare gli elementi classici del poliziesco e con degli schemi narrativi diversi rispetto a quelli visti nel 1973 e nel 1975.

Normale comunque pensare che questi piccoli e significativi cambiamenti erano volti a rinnovare un ‘franchise’, anche se all’epoca non si usava nemmeno questa terminologia, per poterlo rendere ancora più appetibile per il pubblico in sala. Forte anche della caratura internazionale di Bud Spencer, era impensabile realizzare una terza avventura interamente sotto all’ombra del Vesuvio. Non è un caso che la rissa finale non si svolge fra i quartieri della città partenopea, ma bensì in Africa.

Come già anticipato accanto a Bud Spencer c’è sempre Enzo Cannavale, ma il cast era stato fortemente rinnovato per l’occasione. Si possono ricordare Antonio Alloca, il mitico prof. de ‘I ragazzi della terza C’, Joe Stewardson e Dagmar Lassander, quest’ultima vista in diverse commedie italiane. Presente anche Ester Carloni, ma questa volta la sua è solamente una comparsata nella scena iniziale dell’autobus. La colonna sonora è sempre firmata dai fratelli De Angelis, conosciuti come gli Oliver Onions, è impreziosita dal brano, che accompagna i titoli di coda: ‘Freedom’.

Una piccola curiosità: quando il film venne girato in Sudafrica vigeva, purtroppo, una rigida segregazione tra bianchi e neri. Un giorno, durante una pausa dalle riprese, la troupe decise di andare a mangiare in un ristorante. Quando si venne a sapere che un componente sarebbe dovuto rimanere fuori, Bud Spencer ed altri decisero di abbandonare il ristorante.

LA PROSSIMA SETTIMANA ULTIMO APPUNTAMENTO CON ‘PIEDONE’ MA NON CON LA RUBRICA ‘BUD&TERENCE’, CON L’ANNUNCIO DI UNA NUOVA SAGA DA RICORDARE E DA ANALIZZARE.

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PIEDONE A HONG KONG

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Secondo appuntamento con la rubrica ‘Bud&Terence’ e secondo appuntamento, a sua volta, anche con ‘Saghe&Sequels’ con la seconda indagine del Commissario Rizzo, meglio conosciuto come ‘Piedone’; una seconda indagine che travalica i confini campani e nazionali e che lo porta, addirittura, in Oriente ed esattamente a Hong Kong. È questo in sostanza il sunto della trama del sequel, uscito il 3 Febbraio del 1975, intitolato ‘Piedone a Hong Kong’.

Sempre diretto da Steno, mentre la figura del soggettista e quella della sceneggiatura viene unita dalla persona di Lucio De Caro. Sceneggiatore anche del primo capitolo, mentre il soggettista era Luciano Vincenzoni. Alle colonne sonore ritroviamo anche i fratelli De Angelis. Nonostante qualche defezione nel ‘dietro le quinte’ anche il cast si presenta abbastanza rinnovato e con uno schema di eventi legati alla trama che, nella sua essenza, ricalca se non completamente, quello visto in ‘Piedone lo Sbirro’.

Difatti le dinamiche, più o meno, sempre le stesse: Piedone è impegnato nel fermare il boss della droga di turno; quest’ultimo muore in circostanze misteriose e Piedone viene sospettato; inseguimento in mezzo alla città, questa volta nel cuore dell’ex colonia inglese, e rissa che, rispetto al primo film, non si svolge in una delle gallerie sotterranee della città, ma bensì in un vicolo in cui è stato organizzato un mercato rionale.

Le risse, appunto, sono l’elemento non marginale ed imprescindibile della storia ma perfettamente adattate alla trama stessa che, in questo secondo film, sconfinano di più nella goliardia, senza allontanarsi in alcun modo dalle ulteriori caratteristiche intrinseche del ‘poliziesco’. La sceneggiatura, dunque, è solida come la prima puntata cinematografica, ma più spensierata e più vicino al genere avventura. Merito, soprattutto, per la presenza dell’allora piccolo protagonista giapponese.

Il cast, come già precisato in precedenza, è stato ampliamente modificato. Ugualmente erano presenti attori come: Enzo Cannavale, Vincenzo Maggio ed Ester Carloni. Le new entry invece erano rappresentate dallo sfortunato attore italo-americano Al Lettieri, scomparso a causa di un infarto pochi mesi dopo l’uscita del film. Lo stesso Lettieri prese parte, nel 1972, al primo e storico capitolo de ‘Il Padrino’. Poi: Robbert Webber, Lino Puglisi e Renato Scarpa, il famoso ‘Robertino’ di ‘Ricomincio da tre’ di e con Massimo Troisi. Gli stuntman presenti nelle scene di lotta, in terra asiatica, erano gli stessi che avevano lavorato con Bruce Lee.

La decisione di portare Piedone al di fuori del proprio territorio, quasi sicuramente, deve essere visto come la volontà di identificarlo come un eroe, per l’epoca, in ambito internazionale. Una valorizzazione non di poco conto per un personaggio, cucito addosso a Bud Spencer, che lo porterà alla ricerca di trafficanti in droga di tutto il mondo ed innalzandolo, inevitabilmente, come simbolo positivo della città di Napoli.

LA PROSSIMA SETTIMANA: PIEDONE L’AFRICANO

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ADDIO, MAESTRO MORRICONE

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E anche lui se nè è andato. In silenzio, discretamente. Lo ha annunciato con un testo scritto di suo pugno per precisare, ulteriormente, che il suo estremo saluto sarà in forma privata. Una scelta che non fa a cazzotti con quello che è stato in vita: umile, niente manie di protagonismo e con un grandissimo doto che lo ha fatto giocare con le sette note; girandole e rigirandole come voleva lui. Chissà quanto sapesse di essere in gamba, forse un bel po’, ma non lo hai mai sbandierato a gran voce. Semmai lo ha dimostrato ed in più di un’occasione. A partire, ufficialmente, da quel 1964. Anno in cui uscì il sorprendente ‘Per un pugno di dollari’. Pellicola diretta dal suo amico e compagno di banco, ai tempi della scuola, Sergio Leone e musicato, stupendamente, da lui medesimo: Ennio Morricone.

Era nato a il 10 novembre del 1928 a Roma ed alla musica ed ha dedicato una vita intera per la musica, facendo sognare generazioni e generazioni con le sue soundtrack da Oscar. Un riconoscimento che gli arrivò in ritardo per ‘Hateful Eight’, un film western. Lui che con quel genere, come detto in precedenza, non ha costruito la sua fortuna, ma fortificato la sua leggenda prima ancora che molti intuissero che talento musicale fosse, Ennio Morricone.

Le sue musiche non sono mai state semplici colonne sonore, guai a considerarle solo così, ma vere e proprie opere d’arte delle sette note. Sette note che il Maestro ha usato a suo piacimento mediante tutto il suo ingegno, tutta la sua naturale fantasia. Un dono, insomma ed altri aggettivi per descrivere il suo immenso talento. Qualche tempo fa, in un’intervista, sostenne che lui, quando componeva per i film di Leone, non creava mai soundtrack per le trame in generale, ma per i personaggi; musiche, però, che si legavano bene con tutti gli elementi: ambientazione, trama e appunto personaggi. Musiche che, in molte occasioni, miscelavano drammaticità ed epicità.

Si pensi a ‘C’era una volta il West’, a ‘C’era una volta l’America’, ‘Giù la testa’, il leggendario carillon del quasi triello finale di ‘Per qualche dollaro in più’. Senza dimenticare gli accompagnamenti musicali nella scena del cimitero in ‘Il buono il brutto e il cattivo’ e del triello vero e proprio. Ennio Morricone non ha regalato composizioni epiche solo per il genere western. Su tutti bisogna ricordare ‘Mission’, ‘Nuovo Cinema Paradiso’, ‘Baaria’, ‘Gli Intoccabili’ e ancora western con ‘Il mio nome è nessuno’, ‘Il ritorno di Ringo’ e tanti arrangiamenti di pezzi musicali entranti nella storia della musica italiana. Difficile decidere quale sia la più bella in assoluto.

Ennio Morricone è morto questa notte alle 2.20 del mattino. Era ricoverato da un mese presso una clinica romana per effetto della rottura del femore avvenuta un mese fa. A dare l’annuncio il legale della famiglia. In queste ore si stanno susseguendo voci in cui il Comune della città di Roma abbia, in realtà, l’intenzione di intitolare l’Auditorioum Parco della Musica proprio al Maestro scomparso questa notte. Certo, forse, fa un po’ di tristezza che non ci saranno veglie e funerali pubblici. Ma da un lato è gusto così. Come lui ha sottinteso nel testo scritto di suo pugno, qualche giorno prima di morire, ‘non vuole disturbare’. Ma più che un disturbo, per tutti coloro che sono cresciuti con le sue colonne sonore, sarebbe stato, sicuramente, un immenso onore rendergli omaggio anche se attraverso i social, attraverso le testate online, la messa in onda delle pellicole più famose musicate da lui, è già l’inizio di un lungo e doveroso omaggio per un uomo e compositore che ha reso, nella sua lunga settantennale carriera, orgogliosa la Nostra Nazione; con la certezza che ormai un’altra e gloriosa epoca è ormai finita.

Questo è il testo integrale che il Maestro Morricone ha scritto e con queste parole:

“Io, Ennio Morricone sono morto, lo annuncio agli amici vicini e quelli un po’ lontani. Un ricordo particolare per Peppuccio e Roberta, amici fraterni molto presenti in questi ultimi anni della mia vita. C’è solo una ragione che mi spinge a salutare così ed avere funerali in forma privata: Non voglio disturbare nessuno. Saluto con tanto affetto Ines, Laura, Sara, Enzo e Norbert per aver condiviso con me e la famiglia gran parte della mia vita. Voglio ricordare con amore le mie sorelle, Adriana, Maria e Franca i loro cari e fargli sapere quanto gli ho voluto bene. Un saluto pieno intenso e profondo ai miei figli, mia nuora e i miei nipoti. Per ultima Maria ma non ultima, a lei rinnovo l’amore straordinario che ci ha unito. A lei va il mio più doloroso addio”.

Storie Vere

Nato il 4 Luglio

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Ogni volta che cade il 4 luglio, per gli amanti del cinema, è inevitabile non dimenticarsi di un film che racconta l’ennesima storia vera da ricordare e da scoprire. Toccante, potente e speranze infrante di una generazione di americani che si ritrovarono ad andare in Viet-Nam per combattere una guerra che, nemmeno in patria, ne avevano ben compreso il senso. Alcuni di loro non tornarono più, furono considerati dispersi in battaglia; altri tornarono all’interno di una cassa da morto. Poi c’erano i sopravvissuti, ma con molte ferite nella mente ed altri tornarono vivi e vegeti e con il proprio corpo menomato.

Fu questo il destino di Ron Kovic, settantaquattro anni da compiere praticamente nel giorno d’indipendenza americana, che decise di partire volontario per il fronte all’età di diciotto anni e dopo essersi ispirato al famoso discorso d’insediamento del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy. Voleva difendere la propria patria dai nemici esterni. Una scelta di vita importante che il 20 Gennaio del 1968 gli fece prendere una brutta piega. Venne ferito alla colonna vertebrale e non tornerà mai più a camminare.

Durante la degenza in ospedale scoprì come venivano in realtà trattati i soldati feriti: dimenticati. Mentre in patria le contestazioni contro il conflitto nel paese asiatico lo resero ancor più deluso. Ritornato a casa, su una sedia a rotelle, Ron Kovic incomincerà a prendere coscienza di cosa gli successe e non solo a lui, ma a tutta l’America, diventando un attivista contro la stessa guerra che andò a combattere.

Ovviamente il film non ha bisogno di alcuna presentazione. In fondo ‘Nato il 4 luglio’ è già di per sé un’opera cinematografica-manifesto di un periodo storico, contraddittorio, ma al tempo stesso affascinate degli Stati Uniti d’America. A sua volta il film diretto da Oliver Stone, che con questo lungometraggio chiuse la sua personale trilogia sulla guerra in Viet-Nam, è ispirato dalla stessa biografia che il vero Ron Kovic scrisse in base alle sue esperienze vissute.

Nei panni del patriottico soldato un Tom Cruise in forma smagliante e reduce dal travolgente successo mondiale di tre anni prima, ‘Top Gun’ del 1986. ‘Nato il 4 luglio’, contrariamente a quanto si potrebbe presumere non uscì nelle sale cinematografiche proprio il giorno d’indipendenza americana, e quindi nel giorno del compleanno di Ron Kovic, ma esattamente il 20 dicembre del 1989.

Scritto dallo stesso regista e dallo stesso protagonista del film, ‘Nato il 4 luglio’ racconta tutte le speranze americane andate in fumo in quegli anni, narra di come proprio in quei mitici ed irripetibili anni ’60 l’America stessa, per diversi motivi, perse la propria verginità. La storia, accompagnata dalle musiche struggenti e altamente patriottiche di John Williams, inizia da quando Ron Kovic è solo un ragazzino e termina quando quest’ultimo, ormai su una sedia a rotelle, riesce a far ascoltare la propria voce nella convention democratica del 1976.

Accanto all’attore di Syracuse, che il 3 luglio compie guarda caso anche lui gli anni, c’era una giovanissima e promettente Kyra Sedwick, volto molto noto negli ultimi anni per la serie televisiva ‘The Closer’, Tom Sizemore, Willem Dafoe, Frank Whaley e Raymond J. Barry. Come già accennato in precedenza, la performance di Tom Cruise fu davvero stratosferica; peccato che ebbe solamente la candidatura come miglior attore protagonista agli Oscar del 1990 e non la statuetta. Statuetta che l’agguantò Oliver Stone, per la miglior regia, e senza dimenticare anche il miglior montaggio.

‘Nato il 4 luglio’ è film che parla di una ferita ancora aperta, ma una ferita non solamente soggettiva; sarebbe troppo riduttivo considerarlo così. Nelle frasi di Ron Kovic ‘O l’ami o te ne vai’, riferita al proprio Paese, e ‘Siamo i bravi ragazzi americani tornati a casa’ c’è tutto il patriottismo e l’idealismo più nobile che qualsiasi cittadino possa avere per la propria patria. Un film che è al tempo drammatico ma pieno di speranza.

Storie Vere

IL FUGGITIVO – RECENSIONE

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Non sempre i fatti realmente accaduti vengono semplicemente ricostruiti sul grande schermo. Normalmente in qualche occasione alcuni elementi della vicenda, anche per attirare di più il pubblico, vengono romanzati. Ma cosa succede quando ad esser romanzato sia quasi tutto il fatto realmente accaduto? Era il 6 agosto del 1993 quando nelle sale cinematografiche americane uscì un film, che a sua volta, era addirittura ispirato da una serie tv. Si, proprio così. Il fatto realmente accaduto ispirò una famosa serie tv americana degli anni ’60, dal titolo: ‘Il fuggiasco’, per poi ispirare l’opera cinematografica del 1993 dal titolo: ‘Il fuggitivo’.
La sera del 3 Luglio del 1954 un rinomato medico dello Stato dell’Ohio tornando a casa trovò la moglie, Marylin Shepard, brutalmente massacrata e, sempre secondo quanto riferì agli agenti che accorsero sul posto, di aver trovato anche un estraneo in casa. Il dottore, che nella realtà si chiamava Sam Shepard, non venne creduto e non solo venne arrestato ma anche condannato. La sua effettiva innocenza fu provata solamente anni dopo e senza le rocambolesche fughe che si vedono nel film.
Diretto da Andrew Davis e scritto a quattro da mani Jeb Stuart e David Twoly, ‘Il Fuggitivo’ è uno spettacolare thriller, con sfumature del genere action, che incolla dalla prima all’ultima scena lo spettatore. Harrison Ford, nei panni del dottore che nella finzione e come nella serie televisiva di 30 anni prima si chiama Richard Kimble, svolge un compito quasi simile a quello di Indiana Jones, ma senza il mitico cappello e frusta.
Accanto ad Harrison Ford c’è un Tommy Lee Jones talmente in forma che nell’edizione degli Oscar del 1994 agguanterà la statuetta come miglior attore non protagonista. Nel cast figuravano anche una giovanissima Julianne Moore e Sela Ward nel ruolo della moglie uccisa. Gli incassi furono stratosferici a partire già dalle prime sei settimane di programmazione con ben 23.758.855 milioni di dollari, per un totale in patria con ben 183.875.760 milioni di dollari. Ma queste cifre sommate agli incassi all’estero permisero ai produttori di raggiungere la somma di 368.875.760 milioni di dollari.
Questa ‘Storia vera’ non fu solo un successo di pubblico, ma anche di critica. Il famoso giornalista cinematografico del Chicago Sun-Times, Roger Ebert, definì il film ‘uno dei migliori spettacoli dell’anno, un thriller teso, tirato, ed intelligente che diventa qualcosa di più, un’allegoria su un uomo innocente su un mondo pronto a schiacciarlo’. E a distanza di quasi trent’anni dall’uscita di questo capolavoro il blog si può tranquillamente unire al commento del famoso critico scomparso qualche tempo fa, integrando l’articolo con questa vecchia videorecensione di due anni or sono proprio su ‘Il Fuggitivo’, in cui venne per la prima volta inaugurata la rubrica ‘Storie Vere’.

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PIEDONE LO SBIRRO

Piedone_lo_sbirro

Lo scorso 27 giugno è stato il quarto anniversario della scomparsa del tanto amato ed indimenticato Bud Spencer. Stare fermi non era possibile e per omaggiare ugualmente, seppur con qualche giorno di ritardo, questo grande personaggio, che ci ha lasciati all’età di 86 anni, si è deciso di riaprire una vecchia rubrica interamente dedicata a tutti i suoi film, in solitaria, e in coppia con Terence Hill, considerando anche quelli in solitaria dell’attore veneto sia chiaro. Così nasce per la seconda volta la “Bud&Terence” e per quattro settimane, a partire da oggi, quattro appuntamenti tutti dedicati alla quadrilogia di ‘Piedone’, ovvero il mitico Commissario Rizzo impersonato proprio da Bud Spencer, dal 1973 al 1980. E non finisce qui. Quella di ‘Piedone’, seppure alla lontana, potrebbe essere considerata anche una piccola saga poliziesca che permette, a sua volta, di inaugurare anche un’ulteriore rubrica: “Saghe & Sequels”.

Ovviamente si tratta di epoche diverse. A quei tempi quando si realizzava un primo capitolo, molte volte, non si pensava nemmeno che fosse l’inizio di un qualcosa che durasse nel tempo o che comunque potesse riscuotere successo, ‘Piedone lo sbirro’ rientra perfettamente in questa tipologia di capitoli inaugurali che hanno permesso la realizzazione, minimo di un sequel, o addirittura di diversi capitoli.

Era il 25 ottobre quando il film uscì nei cinema. Se si controlla bene una qualsiasi scheda su internet dedicatagli, vengono indicati due generi: quello del poliziesco e della commedia. Queste due tipologie di intrattenimento sul grande schermo nella storia, ideata mediante un soggetto del grande Luciano Vincenzoni insieme a Nicola Badalucco, si fondono alla perfezione. Merito anche della sceneggiatura realizzata da Lucio De Caro e dall’esperienza registica di Steno, altro maestro del nostro cinema dimenticato.

Volendo fare quasi i pignoli, ‘Piedone lo sbirro’, potrebbe rientrare addirittura fra le ‘Storie vere’ per un particolare non da poco presente nella trama e, dal quale, il film ha preso poi ispirazione ma discostandosi di molto con vicende e personaggi totalmente fittizi: Il Clan dei Marsigliesi, una potente organizzazione criminale operante non solo nel territorio italiano ma anche in quello francese tra il 1975 ed il 1981.

È naturale pensare, e sarebbe strano se non fosse così, che quando si nomina Bud Spencer la mente vola direttamente alle sue buffe e divertenti scazzottate, una vera e propria umiliazione della violenza nella loro essenza insomma. Eppure in questa opera cinematografica in cui l’attore napoletano appare, proprio nella città in cui è nato, le risse non sono proprio comiche, ma sconfinano nel serio e sfiorando quasi il drammatico.

Sembra un’esagerazione la nostra: ma vi ricordate la scazzotata finale tra Piedone e gli uomini di ‘Manomozza’ sotto ad una delle gallerie della città? Vi ricordate quando il commissario Rizzo, dopo aver mollato uno schiaffo al ragazzino, fugge di casa? Oppure quando affronta Ferdinando O’Baron per aver sfregiato una prostituta? Ecco questi ed altri momenti le risse non portavano proprio ad una risata. La scelta adottata viene presto analizzata. Ingaggiando uno come Bud Spencer non si poteva fare altrimenti, ma la bravura e l’intelligenza è stata quella non di mutare ‘il copione’ per facili risate ma il contrario: di rendere meno buffe le scazzottate e adeguandole ai vari momenti del lungometraggio.

La prima indagine del Commissario Rizzo è indirizzata su un giro di droga importato dai marsigliesi, i quali rischiano di far spaccare in due la camorra tradizionale. ‘Piedone’ ad un certo punto, vedendo che i piani alti non lo sostengono, lascia campo libero ai vecchi capi della criminalità organizzata del territorio per risolvere in parte la situazione.

Il film all’epoca incassò quasi ben tre miliardi delle vecchie lire ed il successo, oltre a questi elementi decretati, è da ricercare nell’immagine di una Napoli ormai risaputa, ma che va oltre allo stereotipo classico e pregiudizievole; certo, Piedone è quasi un supereroe che con le sole mani sconfigge i cattivi, ma rappresenta, e non solo lui, l’animo più dolce e buono più volte seppellito da una montagna di fango.

Si pensi alla vecchietta che non si vuol fare scoprire che vende sigarette di contrabbando per sopravvivere, si pensi al maldestro ladro che si fa aiutare e ricambia rischiando la vita e senza dimenticare anche il personaggio del ‘Gobbo’, il vero informatore del Commissario Rizzo. Tutti rappresentati di una Napoli pura, semplice che si arrangia senza alcuna malvagità. Tutti personaggi tipicamente e naturalmente napoletani, in una scenografia naturale come quella di Napoli in un film, simil giallo-noir, dallo stile americano.

In questo primo capitolo della quadrilogia oltre al già citato Bud Spencer troviamo attori come il troppo bistrattato mai ricordato a dovere Enzo Cannavale, Angelo Infanti, Giacomo Rizzo, Enzo Maggio, Mario Pilar, Ester Carloni e Raymond Pellegrin. Appare inutile dire che questo film è consigliato dal blog, anzi più giusto definirlo non un piccolo gioiello, non un piccolo capolavoro, ma un cult ed un capolavoro nello stesso tempo proprio per quella fusione non facile di due generi totalmente differenti fra loro: il poliziesco e la commedia, accompagnati da una malinconica e indimenticabile colonna sonora composta da Maurizio e Guido De Angelis.

LA PROSSIMA SETTIMANA: PIEDONE A HONG KONG.