Giugno 2020

Storie Vere

ESTATE ’92 – LA RECENSIONE

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Non sempre le storie vere che il cinema ha portato all’attenzione del pubblico sono relative a drammi o a casi di cronaca, anche a sfondo razziale. In questo nuovo appuntamento con la suddetta rubrica, ultima del mese di giugno, l’opera cinematografica da riscoprire ci racconta non una storia realmente accaduta, ma una favola tutta sportiva legata al calcio. Più precisamente legata agli Europei del 1992 che si svolsero in Svezia, dal 10 al 26 giugno. Il titolo di questo film, di produzione danese, è ‘Estate ‘92’. Diretto da Kaspar Barfoed, la trama ripercorre la sorprendente vittoria della Nazionale di Calcio della Danimarca a quel torneo. Una Nazionale che non si qualificò nemmeno per le fasi finali di quella competizione e che, per puro caso, si ritrovò a partecipare per l’indisponibilità della Jugoslavia, all’epoca incombeva il conflitto nei Balcani, senza nemmeno un’adeguata preparazione atletica.

Uscito nel 2015, e lo potete trovare tranquillamente se siete abbonati alla piattaforma streaming di Netflix, ‘Estate 92’ possiede, nella sua essenza, un duplice scopo: non solo quello di omaggiare quella squadra, di veri fenomeni anche se un po’ svogliati, ma anche di ricordare, quasi con affetto, Richard Moeller Nielsen. Il commissario tecnico di quella nazionale non amato dai vertici della Federazione di calcio danese, ma di grandissima lungimiranza e deceduto nel 2014.

Già nella scena di apertura, Nielsen, prova un monologo a casa sua, immaginandosi in una conferenza stampa coi giornalisti, che la Danimarca, effettivamente può vincere l’Europeo di calcio. La storia ha inizio nel 1990, a poche settimane dalle qualificazioni del torneo. Lo sviluppo della trama è veloce, con un bel mix di scene recitate e di repertorio, in fondo questo schema è molto usato nelle ‘Storie Vere’. Non si disdegna nemmeno l’ironia ed in alcuni momenti anche la caricatura di alcune situazioni spensierate con un occhio, purtroppo, ad un dramma che era molto vicino ad uno dei protagonisti.

Il centrocampista Kim Vilfort all’epoca, dopo ogni incontro tornava in Danimarca, per assistere sua figlia malata di leucemia. La bambina riuscì comunque ha vedere non solo la finale, vincente contro la Germania, ma anche di esultare anche alla rete che fece suo padre proprio in quel 26 giugno a Goteborg. Dopo 6 settimane, purtroppo, la piccola perse la partita contro la malattia.

Una favola rovinata da un dramma e che comunque non cancella comunque il ricordo, di sicuro tutto per il popolo danese, per un’impresa che sa di leggenda e che forse, anche nel rivedere il film e certe immagini reali, non si crede che avvenne sul serio. Un film sul destino imprevedibile e dei sogni impossibili che non è detto, sol perché lo sono, non si possono mai avverare. Basta crederci e lottare nonostante tutte le incomprensioni, come quelle tra il coach Nielsen ed il talentuoso Laudrup. Un piccolo gioiello che il blog vi consiglia di non perdere.

News

ADDIO AL REGISTA JOEL SCHUMACHER

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Notizie tristi provengono da Hollywood in queste ore. Notizie che sono comunque inevitabili vista anche l’età del diretto interessato. Ci ha lasciati, ieri 22 giugno 2020, all’età di 80 anni il regista statunitense Joel Schumacher. Regista degli ultimi due lungometraggi dedicati all’uomo pipistrello, prima dell’avvento di Christopher Nolan, con ‘Batman Forever’ e ‘Batman e Robin’.

Nato nella ‘Grande Mela’ il 29 agosto del 1939, la sua carriera professionale era incominciata prima come designer e poi come costumista nelle produzioni cinematografiche poco conosciute, in particolar modo nel 1973, nel film di Woody Allen ‘Il dormiglione’ ed ‘Interiors’ nel 1978. Contemporaneamente inaugura anche la sua attività di sceneggiatore con ulteriori opere cinematografiche a basso costo: ‘Car Wash – Stazione di servizio’, del 1976, e ‘The Wiz’ del 1978. Entrambi non suscitarono grande successo.

L’esordio vero e proprio, dietro alla macchina da presa, avviene nel 1981 con ‘The incredible shrinking woman’ e per tutto il decennio del 1980 offre al pubblico interessanti film. Ma è nel decennio successivo che spicca il volo, non solo con i rispettivi due ‘Batman’ già menzionati: nel 1995 e nel 1997. Già nel 1993 si presenta sul grande schermo con ‘Un giorno di ordinaria follia’, iconico film con Micheal Douglas e Robert Duvall.

L’anno seguente fa ancora centro con la trasposizione cinematografica di un romanzo dell’avvocato-scrittore John Grisham: Il cliente. Due anni dopo stessa operazione con ‘Il momento di uccidere’. Entrambi apprezzati da critica e pubblico.

Tra il 1999 ed il 2002 dirige due thriller rispettivamente con Nicolas Cage e Joaquin Phoenix, ‘8mm – Omicidio a luci rosse’, e Colin Farrell, ‘In linea con l’assassino’. Nel 2004 è impegnato sul set de ‘Il fantasma dell’opera’. L’ultimo suo film è stato un thriller interpretato da Nicola Cage e Nicole Kidman dal titolo ‘Trespass’.

Nonostante non sia mai stato un grande innovatore nella sua carriera, comunque ha lasciato una traccia importante con le opere menzionate, opere attinenti a grandi problemi sociali e ancora oggi attuali, opere che rimarranno nella storia del cinema. Forse l’unico vero neo della sua carriera furono proprio quei due ‘Batman’ che fecero interrompere la serie cinematografica. Tant’è vero che in una notizia datata 5 luglio del 2017, il regista chiese scusa per quei due episodi poco convincenti. E’ morto per un male incurabile contro il quale combatteva da un anno.

Storie Vere

MISSISSIPPI BURNING – LE RADICI DELL’ODIO: RECENSIONE

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Altro appuntamento con le storie vere e altra opera cinematografica ispirata da un cruento fatto di cronaca, nuovamente a sfondo razziale, avvenuto la notte tra il 21 ed il 22 giugno del 1964 quando, nella contea di Neshoba, nello Stato del Mississippi, tre giovani attivisti dei diritti civili vennero brutalmente assassinati da alcuni membri del Ku Klux Klan. Il film, diventato con il tempo anche un piccolo cult, uscì nella sale cinematografiche il 2 dicembre del 1988 e il titolo, altamente emblematico, era ‘Mississippi Burning’, come era altamente significativo anche il sottotitolo che gli stato attribuito in fase di doppiaggio: ‘Le radici dell’odio’.

Diretto da Alan Parker ed interpretato da Gene Hackman e Willem Dafoe il film, oltre al caso di cronaca che catalizzò l’attenzione di un’intera nazione, offre un quadro preciso di cosa fosse il Mississippi all’epoca dei fatti; uno Stato che si differenziava e di molto anche dal resto dell’America. In questo lungometraggio viene recitata una battuta con la quale, in Freetopix.net, è stato aperto l’articolo di qualche settimana addietro sul caso George Floyd: “In quale Stato bisogna spostare le lancette di un secolo? Nel Mississippi”. Battuta magistralmente recitata da Gene Hackman nei panni di un rude agente dell’Fbi, inviato da J. Edgar Hoover per indagare sulla sparizione dei ‘tre ragazzi dei diritti civili’. Il nome del personaggio è Rupert Andersson, ma nella realtà si chiamava John Proctor. Anche il personaggio impersonato da Willem Dafoe è un agente federale. Nella finzione il nome è Alan Ward, ma nella realtà si chiamava Joseph Aloysius Sullivan.

La sceneggiatura, sviluppata da Chris Gerolmo, riesce nella missione non solo di ricostruire la vicenda, ma di giocare sia con la realtà che con la fantasia: facendo muovere, in una trama fin troppo amara e dura, personaggi fittizi ispirate a persone realmente esistite. Uno sviluppo di film che non ammette scuse su quanto accadde il quella prima notte estiva e che, per certi versi, cerca di trovare, anche, una motivazione per tutta quella follia emersa.

Motivazione che si ritrova in un’ulteriore frase recitata da una strepitosa attrice, e dal talento naturale, Frances McDormand, in uno dei momenti più drammatici del film: “La segregazione è quello che dice la Bibbia. Genesi 9, versetto 27”. Il personaggio è quello della moglie del vice-sceriffo, Clinton Pell, che insieme ad un altro membro effettivo del Klan, Lester Cowans, rappresentano la vera figura dell’informatore dell’Fbi che rivelò quello che successe ai tre ragazzi: James Jordan.

Alla notte degli Oscar del 1989, ‘Mississippi Burning’, arrivò con ben sette nominations, riuscendo ad ottenere solamente una statuetta: come miglior fotografia. Tra le varie nominations è bene ricordarne tre: quella come miglior attrice non protagonista a Frances McDormand, come miglior regia ad Alan Parker e come miglior attore protagonista Gene Hackman. Questi ultimi due furono addirittura considerati, come film straniero, per il David Di Donatello.

Mississippi Burning porta alla luce un amaro caso di cronaca che è un vero e proprio schiaffo in faccia. Raccontato tra il genere giallo ed il thriller, i dialoghi, diretti, sono tenuti lontani dalla retorica di rito ed in più, senza volerlo, sono più vicini ad un rude poliziesco sul grande schermo. Sorretto da un Hackman in stato di grazia, da una McDormand che avrebbe meritato la statuetta, come il suo collega, e da un Willem Dafoe capace, da par suo e al tempo stesso, di non eclissarsi e né di prevaricare il suo ‘partner’ di lavoro; ma riesce ad essere sia primo che secondo attore, anche nei momenti ironici di Gene. Un film che deve il nome all’indagine che ne derivò, un film che in questo genere particolare, delle storie vere, è un vero e proprio gioiello da vedere e da rivedere.

Forever 80sNews

THE BLUES BROTHERS – 40 ANNI DOPO

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Commedia? Musical? O più semplicemente entrambe i generi? Quest’ultima espressione identifica al meglio un film uscito esattamente 40 anni or sono, il 20 giugno del 1980, e che pochi pensavano un vero e proprio cult movie. Una vera e propria bomba musicale sul grande schermo che, con il passare degli anni, ha conquistato diverse generazioni. Diretto da John Landis, lo stesso regista che dirigerà tre anni più tardi il leggendario cortometraggio musicale di Micheal Jackson ‘Thriller’, il film è semplicemente intitolato ‘The Blues Brothers’.

I due fratelli, Elwood e Jake, sono però nati non proprio in quell’occasione, ma un biennio precedente: esattamente il 22 aprile del 1978, durante una delle ultime puntate della terza edizione della storica trasmissione ‘Saturday Night Live’. Una vera e propria fucina di giovani talenti che si affacciavano per la prima volta in ambito nazionale. Ci quel gruppetto ce n’erano due in particolare: Dan Aykroid e John Belushi. I due, in quel sabato sera di quasi fine aprile, si presentarono vestiti rigorosamente di blu: abito, lenti e cappello. E introdotti al suono di ‘I can’t turn you loose’ fecero la loro prima performance musicale.

I personaggi vennero denominati ‘Blues Brothers’, ma questo nome non venne scelto né da Aikroyd e né da Belushi. Fu un compositore e direttore d’orchestra canadese: Howard Shore. In quel 1978, il 28 novembre, uscì un Lp dal titolo ‘Briefcase full of Blues’. Era il loro primo lavoro discografico e riscosse subito un grosso successo.

In quello stesso periodo, John Belushi, divenne la nuova stella di Hollywood e non solamente per le prestazioni eseguite nella trasmissione ‘Saturday Night Live’, ma anche grazie al cinema. Il film “Animal House” uscì il 28 luglio del 1978 e fu un successo. Fu proprio in quel periodo che nacque l’idea per il film sui due eccentrici personaggi. Dan Aikroyd scrisse la sceneggiatura facendosi aiutare dal regista John Landis, dopo un critico musicale Mitch Glazer, si era rifiutato di collaborare.

Le riprese iniziarono nel 1979 con un budget apparentemente fissato sui 17,5 milioni di dollari. Purtroppo la cifra aumentò per continui problemi durante la lavorazione, problemi causati dallo stesso John Belushi, problemi che la notte del 5 marzo del 1982 lo portarono dritto nella fossa. La storia era molto semplice nella sua essenza ma contemporaneamente surreale: un orfanotrofio di proprietà della Chiesa rischia di chiudere per il mancato versamento delle tasse. Tale escamotage narrativo fu mantenuto per il semplice motivo che in quel periodo, negli Usa, si stava pensando di tassare anche quel tipo di strutture. Era ancora l’America di Jimmy Carter, quella di Reagan sarebbe incominciata dopo qualche mese.

Una volta uscito nelle sale cinematografiche i grandi quotidiani americani pubblicarono con delle recensioni molto negative. Delle vere e proprie stroncature senza alcuna possibilità di appello. Dalla “saga presuntuosa” del New York Times “all’imbeccile stramberia” del Washington Post, per poi concludere con “un disastro da 30 milioni di dollari”.

Eppure il film incassò in patria 57 milioni di dollari, cifra non proprio esaltante, sommata però ai 58 milioni di dollari conquistati all’estero diventò l’opera cinematografica che conquistò di più all’estero che in patria. Senza dimenticare i 32 milioni di dollari provenienti dal vecchio mercato dell’home video. Ma cosa ha reso immortale questo film tanto bistrattato entro i confini nazionali, all’inizio, ma osannato negli altri continenti?

Un mix. Ecco la risposta. Una perfetta miscela di ironia, inseguimenti esagerati e musica, tanta musica. Tutta blues, con qualche spruzzata di country. Il cast? Al giorno d’oggi, per descriverlo, si userebbe, un unico aggettivo: stellare. Oltre al duo già citato si annoveravano anche: John Candy, Carrie Fisher, Charles Napier, Henry Gibson, in più le straordinarie apparizioni dello stesso regista John Landis, di Frank Oz e, addirittura, di Steven Spielberg.

La composizione degli attori, però, non si ferma qui. Siccome il film era soprattutto musicale, con una trama come già visto molto ma molto particolare, il cast di attori normali venne integrato con i pezzi pregiati della black music di quel periodo, nomi come: James Brown, Ray Charles, John Lee Hooker, Aretha Franklin e Cab Calloway. Le hit eseguite erano non solo irresistibili ma immortali, cover di: Everybody needs somebody di Solomon Burke; rilettura in chiave blues del tema musicale della serie tv di genere western, in cui prendeva parte un giovanissimo Clint Eastwood, ‘Rawhide’; ‘Sweet home Chicago’, ‘Soul Man’ e ‘Gimme some lovin’.

Si può ben dire che con ‘The Blues Brothers’, in quel 20 giugno di quarant’anni fa iniziarono i veri ed i mitici anni ’80. Inaugurati con una vera e propria ‘bomba’ musicale sul grande schermo, non compresa nell’immediato, ma che ha conquistato tutti coloro che hanno avuto la fortuna di vedere il film. Una sorta di piccola rivoluzione che ha rotto i classici schemi del musical, rendendolo più appetibile per i giovani, ancor più interessante e semplicemente immortale.

Serie TvStorie Vere

American crime story

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In questo quarto appuntamento del mese di giugno, l’ottavo da quando la rubrica ‘Storie vere’ è stata inaugurata lo scorso 18 maggio, la ‘storia vera’ che andiamo ad analizzare in questo articolo e, semmai anche a ricordare, non è legata ad un’opera sul grande schermo ma direttamente in televisione. Non si tratta, però, di un film per la tv ma di una serie televisiva, antologica, e di cui la prima stagione ha trattato uno dei casi più spinosi degli Stati Uniti d’America. Un caso giudiziario che in una sola volta comprende non solo il lato oscuro delle celebrità hollywoodiane, provenienti dal mondo sportivo, con l’irrisolvibile questione razziale.

Il titolo della serie è “American crime Story” e, ideata da Ryan Murphy, rappresenta uno spin-off di “American Horror Story”. Nella stagione inaugurale, andata in onda dal 2 Febbraio al 5 aprile del 2016, negli Stati Uniti, mentre da noi dal 6 Aprile all’8 giugno del 2016, e composta da soli dieci episodi, viene ricostruito il caso giudiziario di Orenthal James Simpson; leggenda del football americano, prima, e attore, poi. Il cast è formato da interpreti di prim’ordine, come: Cuba Gooding Jr, Sarah Poulson, Bruce Grennwood, John Travolta, David Schwimmer e Malcom Jamal Warner.

Tutti diligentemente selezionati e truccati come i reali protagonisti della vicenda. Ogni episodio deve essere inteso come un singolo step del caso giudiziario, apertosi realmente il 12 giugno del 1994, ma con il suo culmine cinque giorni più tardi. Nel pomeriggio del 17 giugno del 1994, quando O. J. Simpson si rende protagonista di quella famosa fuga lungo le autostrade interne della città di Los Angeles. La parola fine venne decretata il 12 febbraio del 1995 con la sentenza di assoluzione di Simpson dall’accusa di duplice omicidio.

Nella ricostruzione dei fatti nulla è stato lasciato al caso, nulla è stato romanzato; la questione razziale emerge non subito, anzi fu una trovata di uno degli avvocati dell’ex giocatore di football, Robert Shapiro, interpretato da John Travolta. In realtà fin dall’origine la vicenda giudiziaria non doveva assumere, in alcun modo, i connotati di una disputa razziale, ma un po’ la furbizia del legale menzionato e i pesanti precedenti che la stessa città degli angeli in quegli aveva subito, dal pestaggio di Rodney King del 3 marzo 1991, alla rivolta di Los Angeles nel 1992, fecero il resto.

I dieci episodi prodotti fungono da singole parti di un lungo film, di una lunga storia con un taglio decisamente cinematografico. La cronaca è adeguatamente miscelata alla fiction e viceversa; il grado di recitazione è molto alto ed appare arduo decidere chi sia stato il migliore, eppure qualche nome sarebbe bene farlo. Hanno spiccato su tutti: David Schwimmer, nella parte dell’avvocato di O.J.; nella sua performance, totalmente differente rispetto ai canoni ai quali ci aveva abituato in un’altra serie televisiva ‘Friends’. Molto espressivo. Un altro nome che sembra giusto non dimenticare, non per par condicio, ma perché se lo merita è l’attrice Sarah Poulson, nel ruolo del Procuratore Distrettuale Marcia Clarke.

Definire questa serie un capolavoro assoluto non è velleitario, a distanza di anni inizia ad invecchiare bene. All’interno della trama ricostruisce la sconfitta del ‘political correct’ ai danni di persone innocenti, per davvero, con lo scopo di evitare un’ennesima rivolta per le strade di Los Angeles. Tutta questa situazione è il frutto di quel ‘peccato originale’, come lo ha definito l’attuale candidato alla presidenza Joe Biden, che sta lacerando sempre più la società americana. Gli errori dell’accusa, l’astuzia della difesa, l’incapacità del giudice di gestire il procedimento penale sono elementi che, nella vicenda stessa, diventano incredibilmente marginali.

Nei dieci episodi sono molte le scene chiave che mettono comunque a nudo tutti questi elementi indicati. La beffa finale e accompagnata dalla mitica ‘Ain’t no sunshine’ di Bill Withers, ponendo l’accento, comunque, sulla sconfitta di un’icona nazionale. ‘American crime Story’ è di fatto un grande romanzo visivo, tra cronaca e fiction; un grande ‘romanzo’ della memoria americana.

Storie Vere

Tutti gli uomini del Presidente – Il film sul ‘Watergate’

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Quando il ciclo ‘Storie vere’ incrocia la storia. In fondo capita sempre. Piccole e grandi storie, di fatti realmente accaduti, sono stati raccontati attraverso opere più o meno coraggiose. Non è da meno nemmeno quest’ultima in quest’ulteriore appuntamento del mese di giugno. Un fatto storico che prima è stato fonte di ispirazione per un libro e poi, successivamente, un film memorabile diretto da Alan J. Pakula ed interpretato da due pezzi grossi di Hollywood. Un’opera cinematografica in cui si ripercorre le fasi dell’inchiesta giornalistica, iniziata la notte del 17 giugno del 1972, e che portò alle dimissioni, il 9 agosto del 1974, l’allora 37° Presidente degli Stati Uniti Richard Nixon: lo scandalo era conosciuto con il nome di Watergate.

I due coraggiosi cronisti del Washington Post, i quali si trovarono per le mani una vera e propria patata bollente, erano Robert Woodward e Carl Bernstein, rispettivamente interpretati da Robert Redford e Dustin Hoffman. Il film, intitolato ‘Tutti gli uomini del Presidente’ e che uscì il 4 aprile del 1976, mentre da noi il 21 ottobre dello stesso anno, tende a scavare a fondo nelle indagini che i due svolsero, indagini incentrate su cinque uomini di Nixon, che la sera indicata, entrarono nel palazzo del Watergate, un complesso di edifici residenziali, in cui c’era la sede del Partito Democratico, con l’intento di trafugare dei particolari documenti.

Inizialmente la sceneggiatura venne realizzata da uno dei due protagonisti della vicenda, Carl Bernstein, ma il risultato non risultò essere soddisfacente; molti fatti furono romanzati. In seguito, su consiglio di Robert Redford, lo script venne affidato a William Goldman. Risultato? Un noir vicino quasi ad una spy story ed una spruzzata di alta tensione che non guasta mai. Nella notte degli Oscar del 1977 su otto nominations, ne conquistò ben 4: la miglior sceneggiatura non originale, la miglior scenografia, miglior sonoro e per il miglior attore non protagonista a Jason Robards, il quale non doveva fare nemmeno parte del cast inizialmente.

La decisione di affiancare Redford Dustin Hoffman venne presa per il semplice motivo di non oscurare il personaggio relativo a Bernstein e neanche, allo stesso tempo, di oscurare un attore sicuramente bravo ma non ancora di nome. Per il resto la coppia fu molto convincente; sembrava che avessero lavorato insieme da una vita.

Richard Nixon in questo film fa la sua comparsata ma solo mediante immagini e filmati di repertorio, con cui aprono e chiudono l’opera cinematografica. Le atmosfere cupe, la costruzione della trama intorno alla vicenda storica, testimoni che non vogliono parlare gettano luce ed attenzione su uno degli scandali più famosi della storia degli Stati Uniti d’America; dove in gioco non c’è solamente in ballo il Primo Emendamento, ma anche il futuro della nazione.

In definitiva ‘Tutti gli Uomini del Presidente’ non è solamente una pietra miliare del cinema, ma un prodotto di alto livello in cui la storia, all’epoca contemporanea, diventa l’assoluta protagonista divenendo ulteriormente immortale. Su questo argomento torneremo a parlare, con ulteriore articolo di approfondimento, il prossimo 9 agosto.

Storie Vere

L’agguato – Ghosts past of Mississippi

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Come avete ben intuito la rubrica ‘Storie vere’ possiede lo scopo di far ricordare, attraverso i film più o meno famosi, eventi accaduti nella realtà. In questa occasione, lo scopo di questo spazio di Universo Cinema & Serie Tv raddoppia ancor di più rispetto agli appuntamenti precedenti: quello di porre l’attenzione ai voi lettori di alcuni fatti poco conosciuti o quantomeno poco ricordati.

E’ il caso de ‘L’agguato’, film uscito il 20 dicembre del 1996, diretto da Rob Reiner in cui viene ricostruita la vicenda giudiziaria relativa al brutale assassinio del segretario locale della Naacp nello Stato del Mississippi: Medgar Evers, avvenuto nella notte tra l’11 ed il 12 giugno del 1963; l’attentato mortale avvenne durante il discorso pronunciato dall’allora Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy proprio in merito al problema razziale.

Interpretato da Alec Baldwin, nei panni del Procuratore Distrettuale Bobby De Laugther, Whoppi Goldberg, nel ruolo della vedova di Evers la quale batte disperatamente per ottenere giustizia per suo marito e James Woods, nei panni del fanatico razzista, nonché assassino di Evers, Byron de La Beckwitt. Il cast è completato da attori come: William H. Macy, Bill Cobbs, Craig T. Nelson, e Bill Smitrovich.

Nella sceneggiatura realizzata da Lewis Colick non viene messa in disparte, nonostante si tratti di una tragica storia, ironia ed adrenalina processuale. Il titolo originale dell’opera cinematografica è ‘Ghosts past of Mississippi’ che, molto probabilmente, si addice di più rispetto al nostro titolo italiano, seppur è collegato alla dinamica dell’omicidio. Difatti in una battuta si riprende proprio il titolo originale in cui, senza mezzi termini, si dice che ‘non è un bene rinvangare il passato nello Stato del Mississipi’.

Invece il film il passato lo rinvanga senza tralasciare nulla al caso, riportando lo spettatore indietro nel tempo, non solo tra la fine del decennio ’80 e l’inizio dei ’90, periodo in cui si svolse il terzo processo contro il vero assassino di Evers, ma negli anni ’60. Ricordando non in maniera completa, ma non per questo in modo non adeguata, il completo contributo che il vero Medgar Evers diede in favore dei diritti civili. Ma per questo cliccate qui.

Il film ottenne due nominations agli Oscar del 1997 per merito della performance di James Woods; la prima, appunto, come miglior attore non protagonista, la seconda, per il trucco che gli applicarono sul viso. Non sono stati da meno nemmeno Whoopi Goldberg, commovente la sua performance, ed Alec Baldwin, senza dimenticare William H. Macy nel simpatico aiutante del Procuratore Distrettuale Bobby De Laughter.

L’opera cinematografica spicca anche per i titoli di coda: dove vengono passate in rassegna, accompagnate musicalmente dalla dolce e soave canzone gospel ‘I wish I knew How It wuold Fell to be free’ di Dionne Farris, tutte le immagini storiche in cui i neri sono riusciti ad ottenere importanti vittorie nella conquista dei propri diritti; appare inevitabile ricordare che in questa storica carrellata sono presenti anche i due leader all’antitesi fra loro: Martin Luther King e Malcom X.

In definitiva ‘L’agguato’ è uno di quei film da vedere e rivedere per scoprire una vicenda, non solo lontana nel tempo, ma purtroppo ancora attuale. I messaggi che vengono lanciati attraverso i personaggi sono essenzialmente carichi di speranza. Per esempio quando in una scena il personaggio di Whoopi Goldberg, raccontando un aneddoto del marito, ricorda una frase che gli disse: quando tu odi qualcuno, stai male tu ma non lui. oppure un’altra frase dello stesso Medgar: ‘Non so se andrò all’inferno o in paradiso, ma so che ci andrò da Jackson’, luogo in cui è avvenuto l’attentato mortale. Senza questo lungometraggio, quasi sicuramente, questa storia non si sarebbe mai conosciuta. Un film da considerare se non proprio il capolavoro, ma almeno un piccolo gioiello del genere lo è di sicuro.

Storie Vere

Bobby – Recensione

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Le storie vere non sono mai facili da raccontare, non sono mai semplici da proporre sul grande schermo; non è un fatto di prospettiva personale, quella c’è sempre sia da parte dello sceneggiatore che del regista. Il punto non è nemmeno il modo in cui si svolge la trama ispirata al fatto realmente accaduto, ma il come l’elemento portante del film viene sviluppato. Nel caso di ‘Bobby’, opera cinematografica uscita il 17 novembre del 2006 scritta e diretta da Emilio Estevez, le difficoltà sorsero fin dall’inizio della fase di scrittura.

Il film fa riferimento alla maledetta sera del 5 giugno del 1968 in cui il Senatore degli Stati Uniti d’America, del Partito Democratico, Robert Fitzgerald Kennedy, venne brutalmente assassinato dopo aver vinto le primarie in California che lo avrebbero lanciato verso le Presidenziali del novembre dello stesso anno. E Ricostruire tutta quella giornata, usando persone realmente presenti, significava effettuare un immane lavoro per non parlare dell’ostacolo dei diritti che di certo non lo avrebbero aiutato.

L’idea era quella di narrare l’attesa, all’interno dell’Hotel Ambassador di Los Angeles di alcuni personaggi, tutta gente comune, fino all’arrivo di ‘Bobby’ Kennedy ed essere, poi, testimoni della tragedia. Un’idea che ad Emilio Estevez gli girava per la testa già dagli anni ‘90, quando lo stesso sceneggiatore e regista si recava spesso sul luogo della tragedia per immortalarlo. Oggi quel luogo non esiste più: è stato abbattuto nel 2005. Oltre a questo particolare è bene indicarne anche un altro, più suggestivo: lo stesso Estevez, all’età di sei anni, ebbe la fortuna d’incontrare di persona il Senatore degli Stati Uniti. Suo padre, il famoso attore Martin Sheen, è stato un grandissimo sostenitore del fratello del Presidente assassinato a Dallas il 22 novembre del 1963.

Durante la fase di scrittura, Emilio, incontrò una donna che in quella maledetta sera era presente e che all’epoca stava per sposarsi con un ragazzo per evitare, che lo stesso, non andasse in Viet-nam a combattere. Fu proprio grazie a questa testimonianza che il regista si sbloccò, decidendo che una prima storia personale, convincente, da immettere nella trama era stata finalmente trovata. Ne troverà altre 21 e la sceneggiatura venne terminata una settimana prima dell’11 settembre del 2001.

All’interno di questa trama, apparentemente semplice da scrivere, i ben 22 protagonisti interagiscono fra di loro dall’inizio alla fine. In quell’occasione Emilio Estevez ha fatto il soggettista, lo sceneggiatore, il regista ed anche l’attore insieme a Martin Sheen, Harry Belafonte, William H. Macy, Sharon Stone, Demi Moore, Christian Slater, Shia Lebouf, Joshua Jackson, Helen Hunt, Ashton Kutcher, Elijah Wood, Laurence Fishbourne, Lindsay Lohan, Anthony Hopkins ed altri giovani attori.

Questo supercast di attori, irripetibile per certi versi, non basta a far decollare il film. Nello stesso tempo devono sussistere validi elementi come la colonna sonora, di Mark Isham più le hit musicali di quel periodo, immagini di repertorio messe al momento giusto ed una sceneggiatura convincente. Ecco, quest’ultimo elemento appare traballante in alcuni momenti, come se il tutto si sviluppasse non in maniera fluida, ma per inerzia, in attesa, appunto, di tutto quello che realmente poi accadde.

I personaggi si incrociano, si allontanano, per poi rincontrarsi nuovamente, si scontrano, si allontanano una seconda volta per poi riunirsi nel finale. Le loro storie personali, le loro ansie, le loro paure ed i loro sogni sono tutte rivolte verso l’unica vera speranza: Bobby Kennedy. Speranze che s’infrangono contro la dura realtà.

Ed in tutto questo il vero protagonista principale dov’è? Non è impersonato da nessun attore di rilievo, appare di spalle quando entra nell’Ambassador, ma per tutto il film fa il suo ingresso nelle scene mediante le immagini di repertorio miscelate ai volti degli attori: specie durante il discorso finale accompagnato da ‘Sound of silence’ di Simon & Gurfunkel. Il film quindi è un’ottima ricostruzione, ma perde l’occasione di essere considerato un immenso capolavoro per alcuni momenti evitabili all’interno della sceneggiatura. Nel finale il film non si salva, perché non ha bisogno di salvarsi, ma emerge tutto quello che il regista voleva esprimere è diventa pura nostalgia per qualcosa che poteva essere e che, purtroppo, non fu.

Storie Vere

Salvate il soldato Ryan – Recensione

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Il vero scopo dei film ispirati da fatti realmente accaduti è quella di ricostruire il più fedelmente gli eventi, ricordandoli per evitare che si possa perdere memoria dei medesimi; l’elemento romanzato è parte integrante dello spettacolo. Un ornamento, quindi, come un giusto colore da usare su un quadro appena abbozzato solo con le linee realizzate a matita. Quando poi il cinema incontra grandi eventi storici capita spesso che l’epicità stessa s’insinua naturalmente, trovando come ulteriore fonte di ispirazione un episodio durante la guerra civile americana. “Salvate il soldato Ryan”, uscito il 24 luglio del 1998, è l’unione di due vicende che si sono realmente verificate: la singolare storia di otto fratelli che perirono tutti quanti durante la guerra civile americana e lo sbarco in Normandia avvenuto il 6 giugno del 1944.

Il regista di questo monumentale affresco storico è Steven Spielberg, ma non il vero ideatore della trama. Fu lo sceneggiatore Robert Rodat che nel trovarsi di fronte ad un monumento in memoria ai caduti di ogni conflitto armato: dalla stessa guerra civile alla Prima guerra mondiale, dalla Seconda guerra mondiale a quella di Corea, fino ad arrivare alla maledetta guerra in Viet-Nam, presso Putney Corners nello Stato del New Hampshire, notò i nomi degli otto fratelli e decise di scriverne la sceneggiatura, ambientandola durante il secondo conflitto mondiale. Il copione fu accettato solamente dopo l’undicesima stesura dal produttore Mark Gordon e, nel frattempo, Rodat convinse Tom Hanks a prendere parte al progetto, il quale a sua volta, convinse Steven Spielberg a dirigerlo.

Oltre a Tom Hanks, il cast era composto anche da Edward Burns, Tom Sizemore, uno sconosciuto Vin Diesel, Giovanni Ribisi, Bryan Cranston, Dennis Farina e Matt Damon nel ruolo del soldato da salvare. Il film fu non solo un successo al botteghino ma un vero e proprio successo finanziario con ben 216.540.909 milioni di dollari negli Stati Uniti, 265.300.000 nel resto del mondo. Per un totale di 481.840.909 milioni di dollari.

“Salvate il soldato Ryan” ti inchioda allo schermo dall’inizio alla fine, trascinandoti nel baratro della follia del conflitto lasciando, nonostante tutto, la speranza che non tutto è perduto. Le scene realistiche, grazie anche all’accurata ricostruzione dello sbarco in Normandia, lo pongono di diritto nella classifica dei migliori film bellici mai realizzati, se non il migliore in assoluto. La colonna sonora composta da John Williams aiuta ancor di più l’epicità della storia. Molto convincenti le prove degli attori ed in alcuni momenti anche molto toccanti.

Il film ottenne ben 11 nominations agli Oscar, conquistandone solamente 5: miglior montaggio sonoro, miglior sonoro, miglior montaggio, miglior fotografia e miglior regia. Giusto quest’anno il film è stato tirato in ballo per un inutile confronto con un’altra pellicola del genere: ‘1917’, ambientato nel penultimo anno del primo conflitto mondiale. Diversi critici hanno definito ‘1917’ il nuovo ‘Soldato Ryan’. Il punto è che l’opera di Sam Mendes non solo ha ottenuto solamente tre statuette, tutte e tre sul profilo squisitamente tecnico, e nonostante non abbia vinto nemmeno Spielberg l’Oscar come miglior film, l’idea di Rodat possiede più anima, più sentimento, più emozioni di quello di Sam Mendes.

“Salvate il soldato Ryan”, dunque, è uno straordinario ed epico omaggio a tutti coloro che sono morti nei conflitti a cui presero parte. Un omaggio scritto, girato e realizzato con il cuore e con una storia convincente a dispetto di qualche errore storico, con un unico messaggio che è un vero inno alla vita ovvero, una volta in cui ti sei salvato da una follia del genere, apprezza il dono più grande che si ha: la vita stessa.