Maggio 2018

Recensioni

Un mercoledì da leoni

BigWednesday

Ci sono film che posseggono la natura di romanzi visivi, in cui la fonte d’ispirazione per l’incipit sembra essere uno dei racconti di Ernest Hemingway. Storie semplici, delicate, epiche e che, durante la visione, diventano un’unica onda emotiva che travolge lo spettatore. E questa onda emotiva è confermata ogni volta che c’è una visione di queste pellicole particolari.

In questa schiera di film, classificabili ad un genere a parte, rientra di diritto ‘Un Mercoledì da Leoni’. Realizzato quarant’anni fa e uscito, in Italia, solamente cinque anni più tardi, il 5 luglio del 1983. Diretto da John Milius, la pellicola è incentrata sul mondo del surf. Sia il soggetto che la sceneggiatura sono stati realizzati dallo stesso regista.

La storia è interamente ambientata nel mondo dei surfisti ed è, per dirla ai giorni nostri, antologica. Parte dal 1962 fino ad arrivare nel 1974. In questo lasso di tempo vengono narrate le storie personali e non di tre amici, tutti surfisti, che vivono arrangiandosi e che, nel contempo, attendono il momento propizio di affrontare l’arrivo delle onde giuste.

All’inizio della pellicola la voce narrante fa riferimento ad una mareggiata avvenuta nel 1958. I tre personaggi, oramai esperti e un pò datati per il mondo delle tavole da surf, affronteranno la mareggiata del 1974; attraverso un iconico ed irripetibile finale che ha permesso la pellicola di essere indicata come cult dagli appassionati e non solo.

Nel cast figurano attori diventati, con il tempo, volti noti. Primo fra tutti, anche se aveva una piccolissima particina ma fungeva da voce narrante, Robert Englund, il Freddie Kruger della serie di film Horror: Nightmare. Altro pezzo pregiato era rappresentato dall’attrice Barbara Hale, la quale era diventava famosa, anni addietro, per il ruolo di segretaria di Perry Mason.

I tre protagonisti, invece, sono stati interpretati da Gary Busey, il quale anni più tardi recitò in un altro film cult: Point Break; Jan Vincent Michel e William Katt. Cosa vi dice quest’ultimo nome? Molto probabilmente alle nuove generazione nulla. Ma coloro che sono nati negli anni ’80 e anche un pò prima se lo ricorderanno nel telefilm: Ralphsupermaxieroe.

Come già precisato in precedenza la storia si sviluppa in lasso di tempo di dodici anni, periodo in cui viene sottolineata la spensieratezza di quell’epoca. I momenti edulcorati vengono minati dall’aggravarsi del conflitto in Viet-Nam. La perdita dell’innocenza e delle speranze cozzano con la nuda realtà, ma non l’amicizia tra i tre protagonisti e la voglia di affrontare le onde.

Il duello finale con la natura, con le enormi onde che si innalzano come muri da affrontare e non scansare, rappresenta la morale ed il messaggio più semplice di come la vita possa essere: cavalcare l’onda nonostante sai che potrebbe travolgerti. La metafora è perfetta, come anche il dialogo finale tra i protagonisti dopo la sfida.

“Quel Gerry Lopez è veramente il fenomeno che dicono”. “Si, proprio così. Noi, comunque, abbiamo fatto epoca”. Dialogo che sottintende il trascorrere del tempo e che, senza appello, obbliga ad incominciare a fare solo bilanci. D’altronde un’epoca si è conclusa in maniera epica. In queste battute riportate si fa riferimento ad un personaggio.

Gerry Lopez era veramente un surfista, un fuoriclasse di quei tempi. Tra gli attori protagonisti solo Gary Busey dovette imparare ad affrontare le onde qualche settimana prima dell’inizio della lavorazione della pellicola. ‘Un mercoledì da leoni’ è uno di quei pochi film che sono difficili da ripetere. E’ un evergreen e ringiovanirlo con qualche remake sarebbe davvero un’assurdità.

 

Recensioni

Borg vs McEnroe

mcenroe_borg

Ogni sfida superata, per acquisire valore a distanza di anni, deve oltrepassare ogni barriera che il tempo pone come ostacolo. Se ciò accade il termine esatto per descrivere l’impresa è: leggendario. E’ questo il vero senso di “Borg vs Mcenroe”. Un significato raccontato, sviluppato con estrema umiltà ed un tocco di drammaticità interiore relativo ai due protagonisti storici del tennis.

Le due storie fungono da traino per tutta la pellicola, fino a incontrarsi o per meglio dire scontrarsi in quella che è la finale delle finali di Wimbledon. Il loro percorso narrato, a metà strada tra il genere biografico e il genere documentario, pone in risalto non solo le difficoltà che Borg e Mcenroe incontrarono e che affrontarono nella loro vita, ma anche di controllare la paura di non farcela, di non raggiungere il risultato sperato.

Bijon Borg, ribelle da adolescente, impara dal suo coach a chiudersi in se stesso, metabolizzando ogni tipo di attacco esterno, per esprimere poi tutta la disapprovazione, la sua rabbia, le sue angosce in ogni colpo di racchetta, conquistando la gara punto dopo punto; John Mcenroe, invece, è l’irascibilità fatta a persona. Un’irascibilità naturale che, nel momento topico, viene trattenuta fino all’ultimo match – point di un’epica finale.

La loro introspezione è una continua partita di tennis, in cui l’attenzione dello spettatore viene fatta rimbalzare fra l’uno e l’altro protagonista, senza mai e poi mai stancare e che, allo stesso tempo, accompagna fino all’epilogo paragonabile ad un vero e proprio tiebreak.

Se nella realtà lo storico match venne conquistato da Borg, entrando così di diritto nella leggenda, perché cinque titoli di fila a Wimbledon nessuno li aveva mai conquistati, le ultime scene della pellicola pongono a sottolineare, in un punta di piedi, la vittoria di entrambi.

In quella sfida hanno battuto i loro demoni e il reciproco rispetto, che prima era solo tra avversari, si tramuta in una splendida amicizia che dura ancora oggi nel tempo. Anche se nello sport viene sempre decretato, alla fine di ogni gara, un solo vincitore in quella partita, in quel 5 luglio 1980, di vincitori ne furono decretati due.

Due leggende che mutarono le regole delle varie rivalità nel tennis. Due uomini impeccabilmente riportati sullo schermo dai due attori: Shia Labouef, Mcenroe, e Sverrir Gudnason, Borg. Con una prestazione quasi da oscar. Peccato solamente che la pellicola non è stata nominata per la statuetta come miglior film straniero. Di sicuro non sarebbe stata immeritata la nomination.