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Recensioni

Borg vs McEnroe

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Ogni sfida superata, per acquisire valore a distanza di anni, deve oltrepassare ogni barriera che il tempo pone come ostacolo. Se ciò accade il termine esatto per descrivere l’impresa è: leggendario. E’ questo il vero senso di “Borg vs Mcenroe”. Un significato raccontato, sviluppato con estrema umiltà ed un tocco di drammaticità interiore relativo ai due protagonisti storici del tennis.

Le due storie fungono da traino per tutta la pellicola, fino a incontrarsi o per meglio dire scontrarsi in quella che è la finale delle finali di Wimbledon. Il loro percorso narrato, a metà strada tra il genere biografico e il genere documentario, pone in risalto non solo le difficoltà che Borg e Mcenroe incontrarono e che affrontarono nella loro vita, ma anche di controllare la paura di non farcela, di non raggiungere il risultato sperato.

Bijon Borg, ribelle da adolescente, impara dal suo coach a chiudersi in se stesso, metabolizzando ogni tipo di attacco esterno, per esprimere poi tutta la disapprovazione, la sua rabbia, le sue angosce in ogni colpo di racchetta, conquistando la gara punto dopo punto; John Mcenroe, invece, è l’irascibilità fatta a persona. Un’irascibilità naturale che, nel momento topico, viene trattenuta fino all’ultimo match – point di un’epica finale.

La loro introspezione è una continua partita di tennis, in cui l’attenzione dello spettatore viene fatta rimbalzare fra l’uno e l’altro protagonista, senza mai e poi mai stancare e che, allo stesso tempo, accompagna fino all’epilogo paragonabile ad un vero e proprio tiebreak.

Se nella realtà lo storico match venne conquistato da Borg, entrando così di diritto nella leggenda, perché cinque titoli di fila a Wimbledon nessuno li aveva mai conquistati, le ultime scene della pellicola pongono a sottolineare, in un punta di piedi, la vittoria di entrambi.

In quella sfida hanno battuto i loro demoni e il reciproco rispetto, che prima era solo tra avversari, si tramuta in una splendida amicizia che dura ancora oggi nel tempo. Anche se nello sport viene sempre decretato, alla fine di ogni gara, un solo vincitore in quella partita, in quel 5 luglio 1980, di vincitori ne furono decretati due.

Due leggende che mutarono le regole delle varie rivalità nel tennis. Due uomini impeccabilmente riportati sullo schermo dai due attori: Shia Labouef, Mcenroe, e Sverrir Gudnason, Borg. Con una prestazione quasi da oscar. Peccato solamente che la pellicola non è stata nominata per la statuetta come miglior film straniero. Di sicuro non sarebbe stata immeritata la nomination.

 

News

Steven Spielberg al David di Donatello

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Una vita al servizio del cinema. Settantun’anni e non sentirli e, sicuramente, spesi bene. Solo questo si può di dire del mito, della leggenda americana che questa sera sbarcherà alla novantesima edizione dei ‘David Di Donatello’. Il nostro premio del cinema. Non è una presenza tanto ‘per’ come si dice nel linguaggio di tutti i giorni.

Perché alcune volte basta solamente presenziare a certi eventi. Altre volte, invece, in cui gli sforzi di una vita, che hanno contraddistinto una carriera intera, vengono premiati con un gesto. Con un atto solenne a manifestare il tributo a colui che, negli ultimi quarant’anni, è riuscito a regalare a noi tutti pietre miliari della storia del cinema.

I lungometraggi che ha realizzato sono molti, forse troppi da ricordare tutti in un unico articolo. ‘Duel’, ‘ Lo squalo’, ‘Incontri Ravvicinati del terzo tipo’, ‘Indiana Jones’, ‘E.T. – l’Extraterrestre’, ‘Schindler’s list’, ‘Minority Report’, ‘The Post’ e tanti altri ancora. Come specificato si potrebbe continuare all’infinito.

C’è di più: sempre in precedenza ho definito la sua carriera quarantennale ma, signori e signore, Steven Spielberg realizzò il suo primo cortometraggio nel lontano 1957. Quindi non ufficialmente la sua carriera è di oltre 60 anni. Lui, classe 1946, questa sera alla novantesima edizione riceverà il David di Donatello alla carriera.

Inoltre la sua visita ha un duplice motivo e non si sa se quella del David è effettivamente la più rilevante. Difatti, il regista di Cincinnati, è anche e sopratutto impegnato nella sponsorizzazione della sua ultima fatica cinematografica che nei prossimi giorni, esattamente il 28 marzo in Italia e il 30 marzo negli Stati Uniti, uscirà nella sale cinematografiche.

Il titolo è ‘Ready Player One’. Il film è ispirato dal romanzo omonimo del 2010, scritto da Ernest Cline. Un libro di genere fantascienza la cui trasposizione sul grande schermo, a quanto sembra, richiama in maniera non molto indiretta gli indimenticabili anni ’80.

Qui sotto il trailer:

 

 

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The walking Dead 8: Riflessione

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Il ritorno di ‘The Walking Dead’ è stato più straziante che mai. Certo, oramai si era a conoscenza che uno dei personaggi più rappresentativi del serial tv non avrebbe superato questa ottava stagione. Lo avevamo capito tutti alla fine dell’episodio di metà stagione.

Dopo quei titoli di coda i fans più accaniti si sono scagliati contro gli showrunners, con polemiche feroci polemiche. In fondo ce lo aspettavamo tutti e tutti non l’accetteremo mai. Nella vita reale è innaturale che un figlio non sopravviva al proprio genitore.

Secondo la logica, nonostante la trama reggesse tutto su Rick, era proprio lui a dover morire semmai nella maniera più eroica possibile. Invece il destino si è abbattuto su Carl. La sua morte ha svelato il mistero dello strano sogno fatto dall’ex-sceriffo.

Il sogno, la visione con la quale si era aperta questa nuova stagione, non era di Rick Grimes; ma di suo figlio. Una speranza tramandata nel modo innaturale in punto di morte. Una speranza nella quale i due schieramenti dovrebbe vivere in pace.

S, proprio così. Tutti in quanti in pace e prosperità. Compreso Negan. Chiaramente se così dovesse finire credo che la serie verrebbe cancellata per crollo degli ascolti, nonostante ci sia già una nona stagione in cantiere.

Personalmente non apprezzo la scelta di far morire Carl, anche se la sua scomparsa è un colpo di scena degno delle migliori edizioni. Un colpo di scena creato ad arte per attirare ancor più l’attenzione verso questo show televisivo.

E di una cosa sono sicuro: ‘The Walking Dead’ verrà continuamente criticato, stroncato e forse anche odiato per alcune scelte dei produttori, ma sarà sempre seguito. Lo sarà fino all’ultimo secondo dell’ultimo episodio. Possa essere anche la ventesima stagione.

E importerà fino ad un certo punto se la serie tv si trascinerà avanti come un ‘walkers’. In fondo questa è la terza stagione di seguito che lo show si sta trascinando come uno zombie. Ma la mia, fra le tante che ho avuto, è solo un’impressione.