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IL CAVALIERE OSCURO: UNO DEI SEQUEL PIU’ BELLI DELLA STORIA DEL CINEMA

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Heath Ledger superò il Maestro Jack Nicholson

Nella storia del cinema è mai capitato che un sequel fosse meglio del primo capitolo, valorizzando così la saga inaugurata qualche anno prima? La risposta è positiva, non solo perché esistono diversi precedenti sul grande schermo, ma anche perché basterebbe menzionare, in un modo o in un altro, l’irripetibile trilogia di Batman realizzata da Christopher Nolan. Era il 22 luglio del 2008 quando, nelle sale cinematografiche, approdò l’attesissimo seguito di ‘Batman Begins’ di tre anni prima, dal titolo completamente diverso: ‘Il Cavaliere Oscuro’.

Nel cast troviamo ancora Christian Bale, nel duplice ruolo di Bruce Wayne e Batman, Micheal Caine, nei panni di Alfred, Morgan Freeman, nella parte di Lucius Fox, e Gary Oldman sempre come il Commissario Gordon. Nel ruolo della procuratrice distrettuale Rachel Dawes, invece, non c’era più Katie Homes ma sostituita dall’altrettanto bravissima Maggie Gyllenhaal. Le new entry, invece, erano rappresentate da Aaron Eckhart e Heath Ledger. Impegnati nei rispettivi ruoli degli antagonisti storici dell’uomo pipistrello: Due Facce e il Joker.

Soprattutto su quest’ultimo personaggio è logico soffermarsi. È risaputo ormai che Heath Ledger scomparve pochi mesi prima dell’uscita del film e che la sua interpretazione spiazzò non solo i critici. Gli venne attribuito, alla notte degli oscar del 2009, il meritatissimo Oscar come miglior attore non protagonista per una prestazione, proprio in quel particolare ruolo, che superò addirittura non uno qualunque ma Jack Nicholson.

L’attore ultra-ottantenne vestì i panni del pagliaccio criminale nel lontano 1989, nella prima versione cinematografica dedicata all’uomo pipistrello diretta da Tim Burton. Quella di Jack Nicholson, già abituato in ruoli di questo genere, fu un’interpretazione più classica, invece Heath si discostò intelligentemente dal suo predecessore, proponendo un Joker ancora più cupo, sociopatico e senza regole. Completamente avulso da ogni tipico schema criminale, tanto da sovvertire l’ordine prestabilito e metterlo sotto scacco.

La sceneggiatura, non più realizzata da David S. Goyer come per il primo capitolo, ma direttamente da Christopher Nolan con suo fratello Jonathan, è incentrata tutto sulla personalità del nemico di Batman, mescolando le atmosfere di ‘Arancia Meccanica’ e ‘Heat – La sfida’; Due Facce, invece, esce quasi nel finale sguinzagliato dal Joker e con una città completamente prigioniera della paura e dell’anarchia.

Se in ‘Batman Begins’ era doveroso, per non dire naturale, raccontare le origini del personaggio principale; ne ‘Il Cavaliere Oscuro’ non si svela nessun dettaglio rilevante del passato di Joker. Non si sa da dove viene e cosa lo ha fatto trasformare in quel modo, anche se in vari momenti è lo stesso personaggio che racconta, diversificandola a suo piacimento, la versione delle sue origini. Lo scontro tra i due è epico, mortale e psicologico. Elemento che rispetto a Batman è in vantaggio.

Il risultato al botteghino fu a dir poco stratosferico. Costato solamente 185 milioni di dollari ne incassò in totale, dalle cinematografiche di tutto il mondo, 1.004.934.033 di dollari.

Era chiaro che a quel punto si attendeva un terzo capitolo, che venne realizzato quattro anni più tardi e che verrà analizzato la settimana prossima. D’altronde se non ci sono frasi ad effetto moralistiche, se non sussiste un implicito ottimismo, il film rappresenta uno dei maggiori capolavori di questo nuovo millennio. Oltre che un cult del genere, relativo al genere cine-fumettistico, è da considerare come una pietra miliare del cinema.

Non era comunque facile proporre due personaggi come Batman e Joker e farli duellare, se non proprio fisicamente anche se capita solo nel finale, in una nuda e cruda realtà; dove i ‘mostri’, compreso ‘Due Facce’, rappresentano la metafora della follia umana in un mondo dove le regole contano, perché vivere senza porterebbe alla mera devastazione della società civile. Anche il titolo è di fatto una metafora verso chi si è visto uccidere, in tenera età, i genitori e l’unico modo che ha trovato per combattere il male e rappresentarlo a sua volta come extrema ratio, a causa di una giustizia mai capace di armonizzare e con la speranza, mai persa, di non dover agire per sempre in quel modo.